10 ottobre 2016

Alimentazione dei bambini, ansia da pappa per 6 genitori su 10

Confusi ma felici. Informati, ma non abbastanza. Ansiosi, quasi tutti. Appaiono così i genitori italiani quando per la prima volta si trovano a confrontarsi con il mondo dell’alimentazione e con le scelte per i loro bambini.

È il ritratto che emerge dall’indagine realizzata dal centro ricerche e analisi Edelman Intelligence su un campione di 500 mamme e papà italiani con figli di età compresa tra i 6 mesi e i 3 anni di vita, per conto di Mellin, azienda leader nella nutrizione infantile, per capire i comportamenti di mamme e papà quando è il momento di scegliere l’alimentazione dei propri figli.

L’ansia della “pappa”, un sentimento che accomuna 6 genitori su 10

È la prima caratteristica che emerge quando arriva il momento dello svezzamento. L’ansia della pappa ha a che fare con il delicato momento di passaggio verso un’alimentazione più articolata. È in quel momento che si ha più chiara la percezione che sia nelle mani dei genitori, supportati dal pediatra, la costruzione di un percorso di dieta corretta, bilanciata, equilibrata.

Mamme e papà italiani sono davvero  consapevoli dell’importanza di fare le scelte giuste in quelle che la comunità scientifica chiama “le finestre di opportunità”? È noto infatti che nei primi anni di vita si costruiscono le preferenze alimentari del bambino, che guideranno poi le scelte a tavola anche da adulto. Mamma e papà lo sanno?

Quello che i genitori vorrebbero: maggiore trasparenza

Sempre più attenti all’alimentazione dei propri figli, i genitori italiani hanno “fame” di informazioni: per tutti, infatti, la trasparenza è riconosciuta come un valore fondamentale ed è richiesta a tutti coloro che si occupano della nutrizione dei bambini, in primis le aziende.

Quello che i genitori vogliono sempre di più è infatti avere informazioni chiare sul prodotto, la qualità, le materie prime di cui è composto, il processo produttivo da cui nasce.

Nelle aspettative nei confronti delle aziende, al 1° posto c’è infatti una maggiore precisione/informazione sull’origine delle materie prime; a seguire, un’etichetta più chiara, con maggiori informazioni anche sulla specifica fase di vita del bambino e al 3° posto un confezionamento che permetta di vedere il prodotto, la sua consistenza e il suo aspetto esteriore. Vedere che aspetto abbia/come si presenta un prodotto prima di comprarlo è infatti importante per l’81% dei genitori.

È sulla base di questi elementi che i genitori costruiscono la propria fiducia nei confronti di un’azienda; un atteggiamento aperto e di confronto è per loro auspicabile e utile per aiutarli a scegliere in modo più semplice e a sciogliere i fisiologici dubbi.

Tra il dire e il fare…

Se da una parte si riscontra una grande consapevolezza, dall’altra però, spesso, alla conoscenza dei fatti non segue un’azione coerente. Nei comportamenti dei genitori italiani in relazione all’alimentazione dei propri figli si riscontrano infatti spesso delle contraddizioni.

L’attenzione a garantire un’alimentazione adatta ad ogni fase della crescita del proprio piccolo sembra essere un valore riconosciuto a livello unanime ma, indagando nella quotidianità, ben 7 genitori su 10 scelgono per il proprio bambino le stesse pietanze che preparano per sè e per il resto della famiglia.

Invece il 30% orienta le proprie scelte verso un’alimentazione specifica, conscia che “il bambino non è un piccolo adulto” e che, essendo un organismo in crescita, ha esigenze nutrizionali specifiche, diverse rispetto all’adulto. Si dimostra infatti consapevole del fatto che gli alimenti specifici per i bambini rispondano ad una particolare legislazione che garantisce la loro sicurezza e la loro semplicità, non contenendo coloranti nè conservanti e non avendo zuccheri nè sale aggiunti.

Anche nei criteri che guidano l’acquisto i genitori sono alla ricerca di maggiori evidenze la loro attenzione appare focalizzata per la maggior parte su origine e qualità del cibo, ma 1 su 3 ammette di non avere sufficienti informazioni sulla provenienza e sulle caratteristiche nutrizionali degli alimenti che dà al proprio figlio.

Un doppio binario si riscontra anche quando si parla di informazioni: quasi tutti dichiarano di essere informati su tutto ciò che riguarda l’alimentazione del proprio figlio ma al contempo più della metà ammette di sentirsi “inondato” e “stordito” dalla valanga di indicazioni che riceve in merito, senza riuscire ad avere un’idea chiara su quello che è importante per la sua salute.  Così mamme e papà cercano di districarsi tra ciò che viene suggerito dai pediatri, che a volte sul tema hanno posizioni differenti, i pareri che reperiscono su blog e siti, i consigli di familiari e amici…

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Parto in casa: perché (e quando) è una scelta sicura

Una decisione folle, troppo rischiosa, come voltare le spalle alla medicina moderna e tornare al medioevo. Così spesso viene bollata la scelta di chi preferisce partorire nell’ambiente intimo della propria casa, piuttosto che andare in ospedale. Ai tempi delle nostre nonne si faceva così, non per scelta ma per necessità e i rischi per la madre e il bambino erano sicuramente più elevati di oggi.

“Ma oggi chi partorisce a casa non lo fa come cento anni fa”, obietta Annamaria Gioacchini, ostetrica dell’Associazione Nascere e Crescere di Roma, con esperienza trentennale nell’assistenza di nascite a domicilio. “Oggi si fa prevenzione, vengono fatti diversi controlli nell’arco dei nove mesi. La futura mamma è seguita e sa se arriva al termine della gravidanza in buona salute o se c’è una qualche condizione di rischio che esclude la possibilità di partorire a domicilio. La casa dove si vuol far nascere il bimbo deve inoltre soddisfare requisiti ben precisi e viene preparata con cura per il lieto evento. Le ostetriche presenti sono esperte e si aggiornano continuamente. Il loro lavoro è interferire il meno possibile con la fisiologia del parto. Ma se c’è un’emergenza, sono attrezzate per fronteggiarla e in caso di necessità sono pronte a trasferire la partoriente in ospedale”.

TravaglioCome respirare correttamente

Parto in casa: per molte, ma non per tutte

Condizione necessaria per partorire in casa con la massima sicurezza è un’accurata selezione: solo una donna sana, che porta un bimbo sano e ha vissuto una gravidanza priva di complicazioni può, se lo desidera, dare alla luce il suo piccolo tra le mura domestiche.

Secondo le linee guida del Coordinamento Nazionale delle Ostetriche per il Parto a Domicilio e Casa di Maternità (http://www.nascereacasa.it/), la nascita a domicilio è da escludere in presenza di importanti patologie materne come il diabete, la preeclampsia, cardiopatie a rischio di scompenso, epilessia, di accertate patologie fetali come l’iposviluppo grave, la macrosomia e malformazioni che richiedono assistenza medica immediata alla nascita, oltre che in presenza di placenta previa, precedente parto cesareo o interventi chirurgici all’utero, gravidanza gemellare, precedenti di emorragia post partum.

Diabete gestazionaleaffrontalo così

Alle linee guida e all’esperienza delle ostetriche è affidato anche il controllo dell’idoneità dell’abitazione dove deve avvenire la nascita. “Deve distare non più di 30 minuti dall’ospedale scelto come struttura di riferimento, in caso si debba optare per un ricovero”, dice Gioacchini. “Inoltre, dalla 37a settimana forniamo alla futura mamma una lista di ciò che occorre tenere pronto in vista del gran giorno: lenzuola, asciugamani, panni che verranno poi sterilizzati, disinfettanti”.

Un travaglio a misura di mamma e bebè

Al parto a domicilio assistono sempre due ostetriche, entrambe di lunga esperienza, cui talvolta si aggiunge una tirocinante che collabora e impara a osservare.

La loro parola d’ordine è rispetto: della fisiologia, dell’intimità e delle preferenze della futura mamma, dell’andamento naturale del travaglio e della nascita. “Il nostro approccio è fare meno per fare meglio. Se tutto va bene, come accade la maggior parte delle volte, ci limitiamo a osservare e a dare sostegno. Qualunque intervento non necessario è un’interferenza potenzialmente dannosa”, dice Gioacchini. “Se il travaglio va a rilento, non somministriamo farmaci per accelerarlo, ma mettiamo in atto una serie di accorgimenti per favorire naturalmente la progressione: una doccia calda, un cambiamento di posizione della donna. Se i nostri diversi rimedi naturali non funzionano, ci si trasferisce in ospedale”.

E se qualcosa va storto?

Due ostetriche esperte e competenti che dedicano la loro piena attenzione alla donna impegnata in travaglio sono in grado di cogliere per tempo eventuali segnali di difficoltà e, se occorre, procedere a un trasferimento tempestivo in ospedale. Le linee guida indicano la necessità di recarsi in ospedale se il battito fetale, controllato periodicamente con lo stetoscopio, risulta alterato, se il travaglio rallenta o si arresta nonostante gli accorgimenti messi in atto per incoraggiarne la progressione, in presenza di perdite di sangue anomale, se la placenta non viene completamente espulsa entro due ore dalla nascita e in presenza di qualunque altra condizione che le ostetriche giudicano meritevole di attenzione medica.

La borsa dell’ostetrica contiene farmaci e strumenti necessari per affrontare un’eventuale emergenza. “Abbiamo l’ossitocina per arrestare un’emorragia post partum”, dice Gioacchini, “un aspiratore per liberare all’occorrenza le vie respiratorie del neonato, il pallone AMBU, cioè la pompa per la ventilazione e flebo di soluzione fisiologica”.

L'ostetrica a casaanche dopo il parto

Statistiche ancora parziali

Oggi in Italia la percentuale di donne che sceglie di partorire a domicilio o in una casa di maternità oscilla tra lo 0,2 e lo 0,4%. “Cifre che però sono fortemente sottostimate a causa di problemi organizzativi nella presentazione e nella registrazione dei certificati di assistenza al parto (CEDAP)”, dice l’ostetrica. “La casistica limitata non consente ancora di formulare statistiche sull’esito ed eventuali emergenze che possono presentarsi, ma il nostro Coordinamento Nazionale sta raccogliendo tutti i dati relativi alle nascite a domicilio in collaborazione con l’Istituto Mario Negri di Milano, che li pubblicherà appena possibile”. Quel che sappiamo oggi, sulla base della letteratura medica internazionale, è che la nascita a domicilio in casi selezionati a basso rischio, con l’assistenza di ostetriche professioniste e in condizioni di sicurezza come quelle previste dalle linee guida del Coordinamento Nazionale, comporta la stessa entità di rischio del parto in ospedale. Se la donna è pluripara, cioè ha già dato alla luce un altro figlio, il rischio di parto in casa è inferiore rispetto a quello in ospedale.

Maria Cristina Valsecchi

L'alternativa:casa di maternità

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La carenza di iodio nella dieta provoca gravi conseguenze alla salute del feto e alla crescita dei bambini

La carenza nutrizionale di iodio costituisce ancora oggi un grave problema sanitario e sociale che interessa un numero elevato di persone in tutto il mondo, compreso il nostro Paese. In molti pensano che basti una passeggiata in riva al mare per fare il pieno di questo importante minerale, ma purtroppo non è così. Lo iodio si assume solo attraverso gli alimenti, in particolare il pescato marino, e la carenza è sostanzialmente dovuta ad una errata alimentazione.

Si stima che circa il 29% della popolazione mondiale sia ancora esposta alla carenza di iodio. In Italia si ammalano di gozzo circa 6 milioni di persone, più del 10% della popolazione. L’insufficienza di iodio ha effetti negativi in tutte le fasi della vita perché costituente fondamentale degli ormoni tiroidei, i quali svolgono un ruolo determinante nelle fasi dell’accrescimento e dello sviluppo.

La gravidanza e l’infanzia rappresentano le fasi in cui gli effetti della carenza possono essere più gravi poiché gli ormoni tiroidei sono indispensabili per un adeguato sviluppo del sistema nervoso centrale che inizia durante la vita fetale e continua fino ai primi anni di vita, ma anche nel mantenimento dell’equilibrio metabolico dell’organismo adulto; senza un adeguato apporto di iodio, il nostro metabolismo diventerebbe pigro, causando un gran numero di patologie gravi.

Gli esperti dell’Osservatorio Grana Padano hanno esaminato 1.200 interviste tra le 5.000 realizzate nel 2015 in tutta Italia dai dietisti dell’Osservatorio. I dati raccolti dalle anamnesi alimentari di persone di età compresa fra i 13 e 40 anni dimostrano che la quantità media assunta normalmente con la dieta dalla popolazione è insufficiente a soddisfare il fabbisogno giornaliero di iodio.

Secondo i LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata di Nutrienti della SINU) il fabbisogno giornaliero di iodio degli adolescenti (11-17 anni) è di 130 microgrammi (μg), per gli adulti 150µg. Per le donne in gravidanza e allattamento tale quantità aumenta sensibilmente, raggiungendo i 200μg al giorno, la stessa quantità è consigliata nella pre-gravidanza per garantire le necessità del feto.

L’analisi dell’Osservatorio ha valutato le abitudini alimentari di adolescenti e adulti, concentrandosi prevalentemente sulle donne in età fertile (visto il maggiore fabbisogno di iodio). Dall’analisi è emerso che mediamente gli intervistati raggiungono solo 60µg di iodio giornaliero con gli alimenti, pari a meno della metà della dose consigliata e che solo il 5% degli intervistati raggiunge il fabbisogno quotidiano.

L’intake medio giornaliero degli intervistati è di 64μg (61 per le femmine e 68,2 per i maschi); nella fascia dei giovani 13-18 anni, l’intake è di 61,6μg e negli adulti è pari a 64,5. Le femmine hanno carenze più consistenti, soprattutto nella fascia dei giovani, assumendo solo 55,8μg contro 70,6 dei maschi. La carenza è determinata da uno scarso consumo di alimenti ricchi di iodio ed anche dall’inosservanza delle regole dell’equilibrata alimentazione in particolare per la frequenza con cui si dovrebbero consumare gli alimenti.

Il contenuto di iodio è estremamente variabile; gli alimenti più ricchi di iodio sono i crostacei e i pesci di mare, i mitili e gli alimenti provenienti dal mare in generale. Anche le uova, lo yogurt, alcuni formaggi e la carne ne contengono quantità significanti, i vegetali invece sono poveri di questo minerale la cui quantità dipende dalle quantità contenute nel terreno. Anche negli alimenti di origine animale la presenza di iodio dipende da cosa hanno mangiato gli animali, per questa ragione il contenuto può essere molto variabile, tranne che negli alimenti DOP la cui costanza nutrizionale è garantita dal disciplinare di produzione.

Gli alimenti che maggiormente contengono iodio sono poco consumati dagli intervistati nonostante il pescato sia la prima fonte del minerale, la seconda è rappresentata da latte e latticini, con in media un contributo di 20μg giornalieri. Garantirsi un corretto fabbisogno di iodio è fondamentale per proteggere la salute della tiroide. La strategia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a livello mondiale, scelta anche dal nostro Paese, per l’eradicazione dei disturbi da carenza iodica, è quella di utilizzare come veicolo il sale alimentare arricchito di iodio.

La Prof.ssa Michela Barichella Responsabile dell’UO di Dietetica e Nutrizione Clinica ASST Gaetano Pini – Cto di Milano, ha dichiarato:

“L’emanazione nel marzo del 2005 della Legge n. 55, finalizzata alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica, si basa soprattutto sull’obbligo da parte dei rivenditori di proporre e vendere solo sale iodato, tranne nel caso sia il consumatore a scegliere il sale senza integrazione di iodio. Sono passati più di 10 anni e quasi tutti i negozi di alimentari si sono adeguati. Tanto è stato fatto anche dall’Istituto Superiore di Sanità, che svolge tuttora una campagna di sensibilizzazione verso la classe medico sanitaria; ma nonostante gli sforzi, i casi clinici non sono diminuiti significativamente e in modo non omogeneo nelle varie regioni italiane. L’indagine dell’Osservatorio mette in evidenza che l’intake nell’alimentazione abituale è ancora insufficiente”.
“Avere a disposizione il sale iodato – ha spiegato ancora Barichella – non è però certezza di utilizzo e spesso non è il sale scelto dai consumatori, non dobbiamo poi dimenticare che è comunque necessario, al tempo stesso, ridurre il consumo abituale di sale (cloruro di sodio) per prevenire tante importanti malattie a carico del sistema cardiovascolare e gastroenterico. Se si seguissero le linee guida che medici e dietisti danno ai loro pazienti (non consumare più di 5 g a testa di sale iodato il giorno) si risolverebbe sia il problema dell’eccesso di sodio, sia dell’introito di iodio. Pare però che siano in pochi a seguire questo consiglio. La carenza di iodio e l’eccesso di sodio si può risolvere solo promuovendo la corretta ed equilibrata alimentazione che prevede sia un basso consumo di sale, sia il consumo di alimenti ricchi di iodio, che tra le altre cose sono molto buoni”.

Per prevenire le patologie legate all’accrescimento e a un cattivo funzionamento della tiroide, gli esperti dell’Osservatorio Grana Padano raccomandano d’introdurre nella dieta gli alimenti che più ne contengono.

10 PRATICI CONSIGLI

  1. Sale iodato, inserito nella variata ed equilibrata alimentazione al posto del sale comune utilizzandone 5 grammi al giorno (massimo consentito per un adulto) apporta 160μg di iodio.
  2. Lo yogurt di latte intero apporta circa 78µg di iodio, consigliato 1 vasetto al giorno.
  3. Pesce di mare 1 porzione (sgombero, cefalo, baccalà, merluzzo) apporta circa 150µg di iodio, consigliate 3 porzioni a settimana.
  4. Crostacei (gamberi, mazzancolle, astici, aragosta, granchi, ecc.) 1 porzione inserita nella dieta 1 volta a settimana, può sostituire un secondo di carne perché è un’ottima fonte di proteine e apporta circa 120µg di iodio.
  5. Condimenti, condire la pasta o il riso con vongole, cozze, bottarga di muggine o tonno, anche solo 20 grammi di questi alimenti apportano circa 30µg di iodio.
  6. Mitili, consumare saltuariamente vongole o cozze cotte a piacere, 100 grammi di parte edibile apportano 140μg di iodio, non esagerare perché contengono parecchio colesterolo.
  7. Un uovo di gallina contiene circa 35µg di iodio, consumare 2-3 uova a settimana come prevede l’equilibrata alimentazione, non di più perché ricche di colesterolo.
  8. Formaggio, la dieta equilibrata prevede quest’alimento 2-3 volte a settimana come secondo, 100 grammi di formaggio come: Taleggio, Latteria, Fontina, mediamente contengono 45 µg di iodio, mentre quelli stagionati: Provolone, Pecorino Romano o Grana Padano circa 38µg, quest’ultimo è pratico e si può consumare grattugiato ogni giorno per insaporire i primi e passati di verdura, 3 cucchiai da cucina apportano circa il 10% del fabbisogno quotidiano di iodio di un adulto.
  9. Carne, la corretta alimentazione prevede di consumare 2-3 porzioni di carne come secondo alla settimana, per  avere un maggiore apporto di iodio preferire quella di vitellone parte muscolo senza grasso visibile, ed anche il fegato.
  10. Frutta secca a guscio, senza mai dimenticare di consumare 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura, per incrementare lo iodio è preferibile consumare anche anacardi, noci, pistacchi senza esagerare perché apportano molte calorie anche se provenienti da grassi insaturi benefici per la salute.

 

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Fonte: http://www.gravidanzaonline.it/benessere/la-carenza-di-iodio-nella-dieta-provoca-gravi-conseguenze-alla-salute-del-feto-e-alla-crescita-dei-bambini.htm